Attraverso voce, gesto, suono e immagine, la narrazione scenica restituisce frammenti di vite segnate dallo sradicamento, dalla perdita e dalla necessità di ricostruzione. Un attraversamento performativo che interroga il rapporto tra identità, territorio e memoria.
Ambientato come un rito di passaggio, lo spettacolo recupera il tema dell’esilio — come nel contesto storico dell’esodo istriano da cui prende spunto — e lo trasfigura in esperienza contemporanea: il palco diventa spazio liminale, il pubblico testimone e il passato materia viva. Attraverso un linguaggio sensibile e critico.
Il Confine non si limita a raccontare una storia, ma apre uno spazio di riflessione sul limite tra radice e appartenenza, su chi siamo e su cosa significa appartenere.